Valeria Deplano, L’Africa in casa. Propaganda e cultura coloniale nell’Italia fascista, Firenze, Le Monnier, 2015

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Questo libro si propone di colmare una lacuna storiografica, come indica chiaramente nell’introduzione (p. 5) l’autrice, Valeria Deplano, ricercatrice presso l’Università di Cagliari: narrare la storia e analizzare il ruolo degli istituti e circoli coloniali e geografici italiani nel periodo compreso tra la fine della prima e la fine della seconda guerra mondiale. La lettura di un volume che si pone un tale obiettivo appare particolarmente stimolante se si tiene conto dell’importanza che il fascismo, che fu al potere in Italia per circa un ventennio, dal 1922 al 1943, attribuiva alla realizzazione di una politica coloniale e alla creazione di un impero.

Le società coloniali e geografiche (Istituto coloniale, Società africana d’Italia, Società geografica italiana, Società di studi geografici e coloniali) furono uno dei principali strumenti usati dal regime fascista per diffondere tra gli italiani una cultura e una coscienza coloniale, cioè immagini, rappresentazioni, discorsi e valori che potessero indurre i cittadini a vedere «la politica espansionista come un’urgenza e una necessità per il paese e per loro stessi» (p. 3). Valeria Deplano afferma opportunamente che la cultura coloniale fu il terreno di incontro di due aspetti essenziali del programma mussoliniano: attuare una politica estera nel cui ambito l’espansione coloniale avrebbe dovuto occupare una posizione centrale; mobilitare tutto il popolo italiano intorno agli slogan del regime allo scopo di creare un «uomo nuovo» che fosse integralmente fascista. Ciò significa che il regime guidato da Mussolini intendeva divulgare nella maniera più estesa e capillare la conoscenza delle colonie per ragioni sia di politica estera sia di politica interna. In effetti, un’ampia diffusione della coscienza coloniale avrebbe permesso al fascismo non solo di godere di un sostegno e di un entusiasmo popolari, che avrebbero considerevolmente aumentato le probabilità di successo della politica imperialistica che voleva condurre, ma anche di fare dei possedimenti coloniali un importante strumento per avvicinare sempre di più gli italiani ai suoi valori e al suo progetto di rigenerazione totalitaria della nazione.

Valeria Deplano presenta i risultati della sua ricerca in quattro capitoli che, seguendo una linea di progressione cronologica, illustrano con chiarezza ed efficacia il modo in cui il fascismo si servì dei circoli coloniali e geografici per tentare di realizzare, tra il momento della sua conquista del potere e quello del suo crollo, coinciso con la fine del secondo conflitto mondiale, questo ambizioso programma.

Nel primo capitolo, l’autrice mette in evidenza quanto l’uso della cultura coloniale da parte del fascismo debba al contesto europeo nel quale esso si sviluppò. Il regime fascista si ispirò, più o meno consapevolmente, agli sforzi fatti, fin dal diciannovesimo secolo, dai governi delle potenze coloniali europee per acquisire il favore delle rispettive opinioni pubbliche nazionali alle loro politiche espansionistiche. E anche nell’Italia liberale, che pure fu tra gli ultimi paesi a prendere parte alla spartizione coloniale dell’Africa, i principali dirigenti politici cercarono di diffondere una cultura coloniale per dare una maggiore legittimità ai loro progetti, volti alla conquista di territori d’oltremare. In questo ambito, come del resto in numerosi altri, i primi tre anni del governo Mussolini furono caratterizzati da una sostanziale continuità con quanto era stato fatto in Italia nei decenni precedenti.

L’anno della svolta fu il 1926, quello della nascita, dopo l’introduzione delle «leggi fascistissime», di un vero e proprio regime fascista. Fu a partire da quella data che il fascismo decise di «sviluppare un’azione di propaganda coloniale diretta, ampia e diffusa, assumendosi il compito di fare uscire dai ristretti circoli colonialisti l’interesse nei confronti dell’Africa» (p. 25). Fu così che la propaganda coloniale cominciò a essere coordinata e guidata dal «centro» e, più esattamente, dal ministero delle Colonie, al quale fu attribuito il compito di trasformare i circoli coloniali, di aiutare la stampa di propaganda e di creare progetti tesi a esaltare i possedimenti d’oltremare, presenti e futuri.

Al periodo 1926-1932, caratterizzato da una centralizzazione e un’ottimizzazione degli sforzi propagandistici compiuti per attirare l’attenzione degli italiani sulle colonie, è dedicato il secondo capitolo. In quella fase, il regime intese diffondere le tematiche coloniali facendo ricorso a una strategia fondata su tre pilastri: il sistema d’istruzione (dalla scuola elementare all’università); la mobilitazione «attorno all’urgenza coloniale» (p. 35-36) di strutture dipendenti dal PNF (Partito nazionale fascista), in particolare i GUF (Gruppi universitari fascisti); la fagocitazione, da parte del PNF, di circoli coloniali fino a quel momento indipendenti.

Illuminanti sono le pagine che Valeria Deplano scrive per presentare gli strettissimi rapporti esistenti tra l’Istituto coloniale, il nucleo intorno al quale il regime fascista volle «costruire la sua “fabbrica del consenso coloniale”» (p. 44), e i GUF, ciascuno dei quali era dotato di un ufficio coloniale. Perché il regime fece tutto quanto era in suo potere affinché le questioni coloniali avessero un posto di primo piano all’interno delle organizzazioni giovanili fasciste? Ecco la persuasiva risposta che l’autrice dà a questo interrogativo: «la politica coloniale e l’educazione delle future generazioni erano funzionali l’una all’altra: i giovani erano fondamentali per assicurare l’impero all’Italia, per popolarlo e metterlo a frutto; mentre il colonialismo, vissuto e studiato, poteva contribuire a forgiare i nuovi italiani proprio attraverso quegli ideali di forza, potenza, intraprendenza e orgoglio nazionale che suggeriva» (p. 57). Nei disegni del regime, la nazione italiana non sarebbe stata in grado di rinnovarsi che attraverso la conquista di nuove colonie in Africa; ma questa Italia, rigeneratasi grazie ai suoi successi coloniali, avrebbe potuto sentirsi e dichiararsi veramente nuova solo dopo la formazione di una generazione di italiani integralmente fascisti.

Nel terzo capitolo, lo studio delle attività svolte dagli istituti coloniali e geografici riguarda il quinquennio 1932-1936. Questo periodo si concluse con la guerra vittoriosa combattuta in Etiopia dall’Italia fascista tra l’ottobre 1935 e il maggio 1936; essa permise a Mussolini e ai suoi gerarchi di realizzare il loro sogno imperiale. Il conflitto etiopico segnò una nuova svolta nel campo della politica coloniale attuata dal fascismo. Se, fino ad allora, questa politica, pur essendo sicuramente diversa da quella condotta nell’Italia liberale, era stata a tratti disorganica, con la guerra etiopica si avviò «un intervento governativo uniforme e coordinato che si avvalse di tutti i mezzi di informazione per costruire un’immagine omogenea, solida, e priva di increspature del regime e del suo impero» (p. 100). In quegli anni, ebbe un ruolo essenziale il nuovo ministero della Stampa e della Propaganda. Questo non si limitò a ideare e alimentare le campagne che si proponevano di coinvolgere, nella maniera più ampia e profonda, gli italiani nella guerra d’Etiopia, ma organizzò e controllò anche l’attività degli altri enti, a cominciare dai circoli e istituti coloniali e geografici, in grado di contribuire alla propaganda.

Con la guerra coloniale del 1935-1936, si rafforzò dunque considerevolmente l’«approccio burocratico e razionalizzante in maniera esasperata» (p. 101), che aveva sempre distinto la politica culturale del fascismo, e, come sottolinea giustamente l’autrice, la convergenza tra le esigenze di politica interna del regime (integrare i cittadini nella società fascista per farne dei «fascisti integrali») e quelle di politica estera (l’imperialismo) raggiunse il suo punto culminante.

Con la fine della guerra etiopica, l’imponente apparato propagandistico che era stato creato per sostenere le ragioni del conflitto non fu smantellato. Tuttavia, i suoi obiettivi mutarono, come mostra Valeria Deplano nel quarto e ultimo capitolo, dedicato al periodo 1937-1945. Sino a quel momento, i principali artefici della politica culturale del regime avevano utilizzato i mezzi e le energie di cui disponevano per condurre un’ampia opera di sensibilizzazione degli italiani nei confronti del colonialismo. Con l’occupazione dell’Etiopia fu richiesto agli enti coloniali e geografici uno sforzo differente poiché questi dovevano oramai agire per far sì che tutti gli italiani «cambiassero il modo di vedere sé stessi come nazione, e di guardare il mondo» (p. 154).

Con la conquista dell’Etiopia, cioè, cominciò una nuova fase della storia italiana, quella della «costruzione dell’impero». Questa consistette non solo nel tentativo, compiuto dal fascismo, di trasformare i possedimenti coloniali appena occupati in territori abitabili e redditizi sul piano economico, ma anche nella volontà, rivendicata dal regime, di coinvolgere tutti gli italiani in questo ambizioso disegno: acquisire una mentalità imperialistica e razzista e imparare a considerarsi come un popolo superiore. In effetti, osserva Valeria Deplano, anche gli italiani rimasti nella madrepatria e che non sarebbero mai partiti per i territori d’oltremare «dovevano sentirsi parte del progetto imperiale esattamente come dovevano sentirsi parte del regime, dovevano sentire vicini questi lontani territori africani, e comprendere le possibilità di sviluppo che le nuove colonie portavano in dote alla madrepatria; ma soprattutto dovevano comprendere il salto qualitativo che il paese, e quindi anche loro, avevano fatto con la nascita dell’Africa Orientale Italiana» (p. 118).

Questo tentativo, che il regime volle compiere, fu interrotto dall’esito disastroso per l’Italia della seconda guerra mondiale, che determinò la perdita dell’impero coloniale italiano e il crollo del fascismo.

Le qualità del volume di Valeria Deplano, alla quale va riconosciuto il merito di essere riuscita a condensare in poco più di 150 pagine (oltre alle note e alla bibliografia) una materia tanto vasta, paiono indubbie: uno stile chiaro e incisivo; una base documentaria ampia e solida, che l’autrice ha costituito frequentando numerosi archivi; un uso accorto degli studi finora dedicati alla politica culturale e coloniale del fascismo da storici britannici, nordamericani, tedeschi, francesi e italiani, a cominciare da quelli di Angelo Del Boca e Nicola Labanca. Valeria Deplano propone così all’attenzione di un pubblico di specialisti, ma anche di «semplici» lettori interessati alla storia del fascismo e del colonialismo italiano, i risultati di una ricerca la cui originalità consiste nell’essere il primo studio organico e sistematico delle attività svolte dagli istituti coloniali e geografici durante il «ventennio».

La lettura di L’Africa in casa. Propaganda e cultura coloniale nell’Italia fascista appare dunque preziosa per diverse ragioni. Oltre a permettere di avere una migliore comprensione della politica coloniale e imperialistica messa in atto dal fascismo, essa offre utilissimi spunti di riflessione su almeno altri due aspetti fondamentali della storia italiana del ventesimo e del ventunesimo secolo: i rapporti tra il regime e il mondo della cultura, soprattutto docenti universitari, studiosi e giornalisti, che Mussolini e i suoi gerarchi considerarono, a partire dal 1925-1926, «come una preziosa risorsa, fondamentale per modellare la coscienza morale e sociale degli italiani in accordo con i valori e le esigenze del fascismo» (p. 15); gli eventuali lasciti nell’Italia odierna della cultura coloniale così largamente diffusa nel ventennio fascista.

Quest’ultima riflessione sembra davvero indispensabile se si considera che, attualmente, in Italia risiedono oltre cinque milioni di cittadini stranieri e che la Penisola è ampiamente coinvolta nei flussi migratori che si svolgono nel Mediterraneo.

Auteur

Pierpaolo Naccarella est maître de conférences en civilisation italienne contemporaine à l’Université Paris-Est Créteil. Ses principaux travaux portent sur différents aspects de la politique menée par le Parti communiste italien dans les années du « miracle économique ».

Pour citer cet article

Pierpaolo Naccarella, Valeria Deplano, L’Africa in casa. Propaganda e cultura coloniale nell’Italia fascista, Firenze, Le Monnier, 2015, © 2012 Quaderna, mis en ligne le 2 novembre 2018, url permanente : https://quaderna.org/valeria-deplano-lafrica-in-casa-propaganda-e-cultura-coloniale-nellitalia-fascista-firenze-le-monnier-2015/

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