Silvia Contarini et Davide Luglio (dir.), L’Italian Theoryexiste-t-elle?, Sesto San Giovanni, Éditions Mimésis, 2015

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Forse non sarebbe difficile sostenere che dietro ogni libro si nasconde una domanda. Certamente è così per il volume collettivo edito da Silvia Contarini e Davide Luglio, e pubblicato nel 2015 dalle Éditions Mimésis con il titolo L’Italian Theory existe-t-elle?. Se in questo caso la domanda è esibita anziché celata, ciò non toglie che essa rimanga a suo modo oscura, poiché in fondo assai più complessa di quanto a prima vista appaia. Essa non verte sulle caratteristiche possedute da un certo insieme che, pur essendo composito, viene qui considerato nella sua totalità. La domanda è più radicale e per così dire ontologica, nella misura in cui ad essere messa in questione è l’esistenza stessa di un tale insieme. Non solo: si tratta di una domanda in un certo senso transculturale, in quanto tema e rema di essa sono espressi in due lingue diverse, vale a dire che mescolano inevitabilmente due paradigmi culturali diversi, se non due distinti atteggiamenti speculativi. Più precisamente, ciò di cui si vuole interrogare l’esistenza è espresso da una locuzione inglese, cosa che non può lasciare indifferente alcun lettore e che al contrario produce un determinato sistema di attese. Due possibilità allora si aprono per chiunque volesse cimentarsi con tale quesito, che corrispondono a due diverse modalità di abitare tale domanda. Da un lato possiamo trovare alloggio in quello spazio interstiziale, attraversare la transizione che essa produce, indagando le sue dinamiche significative, le sue plurime, probabilmente inesauribili, possibilità di senso. In quest’ottica ci si potrebbe chiedere, tanto per fare un esempio, che cosa significhi la parola inglese theory, e soprattutto che cosa significhi il suo impiego in francese, là dove theory, che in inglese non ha genere, diviene femminile (existe-t-elle), come se theory fosse théorie, come se quello che tale parola evoca, che non può essere detto né in italiano né in francese, fosse destinato ad apparire come femminile in queste lingue. Oppure possiamo tradurre la domanda, ossia tra-durci, trasferire noi stessi in una parte sola, conservando una coscienza più o meno attiva del passaggio effettuato, della provenienza iniziale, per cercare di rispondere a un quesito come la pensée (contemporaine) italienne existe-t-elle?, quesito che a sua volta comporta tutta una serie di interrogativi, tra cui: esiste un pensiero italiano? È possibile reperire dei tratti al tempo stesso comuni ed esclusivi in opere e autori assai eterogenei? In che senso si tratta di un pensiero italiano? Entrambe queste modalità trovano riscontro nel volume di cui qui si discute, nelle loro molteplici sfaccettature, facendo di esso un’opera ricca di percorsi diversi e di punti di vista divergenti, particolarmente stimolante per chi si interessa al pensiero italiano del secondo Novecento. I saggi pubblicati nel libro sono frutto di un convegno svoltosi a Nanterre e a Parigi nei giorni 24 e 25 gennaio 2014, e organizzato dalle Università Paris Nanterre e Paris-Sorbonne, in partenariato con l’Università della Carolina del Nord a Chapel Hill. Il volume si compone di tre parti, la prima intitolata Généalogie et circulation de la pensée radicale italienne, la seconda La biopolitique, une différence italienne?, e la terza Interférences, hybridismes, confrontations: l’Italian Theory à l’épreuve du monde.

La prima parte si apre con un contributo di Antonio Negri, fortemente critico nei confronti della categoria di Italian Theory, la quale rischia secondo l’autore di non essere altro che uno schema storiografico debole capace di afferrare soltanto vagamente le determinazioni temporali e locali del processo storico, per ricondurle a una pacificazione generalizzata. Il pensiero radicale italiano, afferma Negri, è nato all’interno di un conflitto politico assai drammatico; si tratta di un groviglio di prospettive teoriche, di progetti filosofici, di iniziative e pratiche politiche che, partendo dalla critica dell’interpretazione togliattiana del gramscismo, è arrivato all’elaborazione di un pensiero delle lotte, fondato sull’esigenza di una soggettivazione radicale capace di promuovere lo scontro tra vita e biopotere. È per questo che un’operazione storiografica come quella dell’Italian Theory, sostiene Negri, lungi dall’essere politicamente neutra, escluderebbe in toto la possibilità che in seno alla biopolitica abbia luogo l’emergenza di nuove potenze autonome, cioè di un soggetto capace di reperire nella storia un orizzonte costituente comune.

Segue il contributo di Sandro Chignola, che preferisce sottolineare la pertinenza di un particolare momento, anziché di una tradizione nazionale. Lo studioso traccia un percorso di decentramento, attraverso il quale l’operaismo italiano ha rinnovato il proprio patrimonio teorico e concettuale tramite il dialogo con alcuni pensatori francesi, tra cui Foucault, Lyotard, Baudrillard e Deleuze-Guattari; egli ne esamina l’influenza nel post-operaismo italiano tra la fine degli anni Settanta e la prima metà degli anni Novanta. Nel prosieguo François Cusset si allaccia al problema della circolazione del pensiero radicale italiano da una prospettiva di storia delle idee; la sua riflessione mira a verificare la presenza dell’Italian Theory come artefatto intellettuale, ossia come «geste de rassemblement tactique, effet de manche ou agencement discursif nouveau sur ce marché des biens symboliques qu’est aussi le champ de la pensée critique» (p. 54). Razmig Keucheyan, dal canto suo, propone una cartografia della ricezione del pensiero italiano a livello internazionale. A circolare, afferma lo studioso, non è soltanto una teoria, ma due: da una parte l’opera di Gramsci, che influenza tanto i cultural e subaltern studies quanto le teorie postcoloniali, soprattutto in merito alla questione dell’egemonia; dall’altra, le teorie che si richiamano all’operaismo e al post-operaismo. Keucheyan analizza quindi la ricezione francese di queste linee di pensiero, individuandone il carattere essenziale in una sorta di amnesia riguardo allo specifico contesto storico-culturale che le ha prodotte. Questa prima parte dedicata alla genealogia e alla circolazione del pensiero italiano si conclude col contributo di Rhiannon Noel Welch, la quale, proponendosi di mostrare come l’approccio biopolitico abbia influenzato gli Italian Studies per come sono insegnati negli Stati Uniti, esamina le coordinate biopolitiche che hanno contribuito alla formazione del discorso italiano sulla razza durante gli anni successivi all’unificazione nazionale.

La seconda parte del libro raccoglie contributi che riflettono più specificamente sulla differenza italiana, con particolare riguardo alla biopolitica. Roberto Esposito tenta di identificare le peculiarità del pensiero italiano, soprattutto in confronto con quello tedesco e francese, ravvisando nella categoria di vita l’orizzonte concettuale comune dei pensatori italiani, e nella modalità affermativa, in opposizione a quello che egli ritiene essere la negatività francofortese e la neutralità decostruttiva, la sua tonalità fondamentale; mentre la sua principale tematica consisterebbe nella necessità della critica di ogni teologia politica. In questa sezione Davide Luglio tenta di proiettare in ambito letterario alcune acquisizioni provenienti da riflessioni che appartengono alla galassia dell’Italian Theory: nella letteratura degli anni Duemila, malgrado la duplice istanza di un ritorno al reale e di un impegno inteso come denuncia, è possibile smascherare, secondo Luglio, un atteggiamento dimissionario nei confronti delle possibilità di operare un’azione responsabile all’interno della realtà politica attuale.

Dopo aver tratteggiato una contro-genealogia dello stato di natura occidentale ed aver esposto alcune alternative concettuali che si trovano al centro del progetto di Claude Lévi-Strauss e di Gilles Deleuze e Félix Guattari, Federico Luisetti individua il tratto comune ad autori tra loro eterogenei, ma normalmente fatti afferire all’Italian Theory, in qualcosa di più che la mera prosecuzione della biopolitica foucaldiana, ossia nella contestazione dei presupposti filosofici della modernità occidentale, in particolare del suo stato di natura e del suo inconscio trascendentale e teologico-politico. A chiudere questa sezione sulle specificità dell’Italian Theory è il contributo di Dario Gentili, consacrato a una delle maggiori linee guida del pensiero italiano dagli anni Ottanta fino ad oggi, la teologia politica. Nella produzione più recente di Tronti, Cacciari, Agamben, Esposito e Negri, Gentili da un lato individua le differenti modalità in cui è stato pensato il rapporto tra economia e politica, e dall’altro chiarisce come questo rapporto, nelle diverse prospettive degli autori menzionati, si articoli in relazione al dispositivo della crisi.

La terza e ultima parte del libro è dedicata alle interferenze, agli ibridismi e ai confronti, e si apre con il saggio di Laurent Dubreuil, di taglio decostruttivo, fortemente critico nei confronti dei suoi interlocutori; esso intende portare alla luce un presupposto condiviso dai maggiori autori contemporanei di filosofia politica in ambito franco-italiano, con riferimento particolare a Foucault, Tronti, Negri, Esposito e Agamben. Costoro, sostiene Dubreuil, non contemplano la possibilità di un’istanza non-politica nella vita umana, perché vogliono mantenere la necessità (post)rivoluzionaria di una co-estensione della politica, o del politico, a tutto l’umano. Questo atteggiamento teorico farebbe passare nel dimenticatoio una possibilità che Dubreuil sembra considerare inerente alla vita umana, la possibilità, cioè, di una vita apolitica ‒ possibilità, in questo contributo, soltanto auspicata, considerata dall’autore stesso come «une hypothèse difficile, presque intenable» (p. 153), che attende ancora di essere determinata più concretamente. Segue il contributo di Sandro Mezzadra, che propone una critica alla nozione di Italian Theory, o meglio, a un certo modo di pensare il senso della qualificazione di italiana. Per Mezzadra, l’originalità e la specificità dell’Italian Thought sono difatti pensate da Esposito entro una precisa geopolitica della conoscenza, ovvero secondo un modo particolare di concepire il mondo e le grandi linee di divisione geografica che gli danno forma e intelligibilità, in modo da condizionare pesantemente la produzione e la circolazione del sapere. A queste coordinate per così dire centripete ‒ le quali oppongono l’Italian Theory a stili filosofici come quello anglosassone, francese o tedesco ‒ Mezzadra intende opporre uno stile di pensiero basato sulla lettura “centrifuga” dell’eredità teorica dell’operaismo italiano, attraverso spostamento e decentramento dello sguardo, al fine di forzare i limiti dei concetti impiegati dinanzi ad esperienze che li mettono radicalmente in questione. Anche il saggio di Judith Revel è fortemente critico nei confronti della produzione recente di alcuni tra gli esponenti più eminenti dell’Italian Theory: l’autrice cerca di ricostruire un paesaggio complesso, fatto di differenze, attriti e discrepanze, insistendo in modo particolare sulla spaccatura che si è prodotta nel 1966 all’interno dell’operaismo. A partire da allora, secondo Revel, sono emersi nel pensiero italiano una forte tendenza alla de-storicizzazione di concetti e diagnosi politiche e un ribaltamento del tema operaista della soggettivazione in de-soggettivazione; la centralità del tema della vita nella produzione italiana più recente maschererebbe, per l’autrice, tale doppia rinuncia, e il cosiddetto post-operaismo avrebbe insomma azzerato le istanze più propriamente operaiste.

Marco Assennato considera che la specificità dell’Italian Theory consiste nel tentativo di pensare altrimenti il politico. Egli individua l’origine di questa corrente di pensiero tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, quando una parte della cultura filosofica italiana si propose di prendere atto della crisi del paradigma moderno di sovranità e di lavorare attorno all’idea che il politico possa costituirsi come strutturalmente autonomo dall’ambito economico e sociale. Lo studioso propone quindi un correttivo alla traiettoria inizialmente tracciata da Dario Gentili nel suo libro dedicato all’Italian Theory, individuando soprattutto un percorso che parte non tanto dall’operaismo, quanto dall’autonomia del politico, per giungere fino alla biopolitica.

A terminare la terza parte e quindi il libro è il contributo di Penelope Deutscher, la quale discute, in un primo momento, il modo in cui Esposito ha interpretato Foucault, e in che cosa diverge la loro concezione della biopolitica. In un secondo momento, Deutcher propone di individuare uno spazio di lavoro teorico tra Foucault ed Esposito, fondato su ciò che i loro itinerari di pensiero lasciano in sospeso: si tratta di una variante specifica della tanatopolitica che consisterebbe nel riflettere sulla vita delle donne, e in particolare sul valore che tale vita possiede in quanto riproduttiva, analizzando cioè l’esposizione delle donne a pericoli e rischi più o meno importanti in virtù della loro capacità di riproduzione.

Tutti i contributi del libro sono in lingua francese, alcuni dei quali tradotti ‒ sempre con competenza e talvolta anche con eleganza ‒ dall’inglese o dall’italiano. Gli autori provengono difatti da almeno tre ambiti universitari e culturali diversi, francese, italiano e americano; sarebbe stato utile avere, a inizio o a fine volume, brevi note biobibliografiche, in modo da poterli situare senza ulteriori ricerche. Il volume è, per il resto, assai ben curato; le note sono poste, molto opportunamente, a piè di pagina, agevolando la lettura. L’introduzione dei due curatori presenta il contenuto del libro in modo agile e preciso; un indice dei nomi conclude utilmente il volume. Come già accennato, si tratta di una pubblicazione molto stimolante per chiunque si interessi al pensiero italiano contemporaneo; a parere di chi scrive la molteplicità delle prospettive e dei metodi ivi presenti, lungi dall’essere un difetto, come a volte può accadere negli atti di convegno, ne costituisce qui il maggior pregio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Auteur

Écrivain et dramaturge, Angelo Vannini a enseigné la langue et la littérature italiennes à l’Université de Paris Nanterre et à l’Université de Franche-Comté. Ses travaux de recherche portent sur le rapport entre philosophie et littérature, ainsi que sur la réception des textes de l’antiquité gréco-romaine dans les littératures modernes et contemporaines. Outre plusieurs travaux universitaires, il a récemment publié en Italie un livre intitulé L’intermissione dei cigni. Cinquantanove giorni alla frontiera della letteratura (Arcipelago Itaca Edizioni, 2017), une méditation poétique sur la frontière comme lieu propre et propice à la littérature, en dialogue critique avec Platon, Ovide, Montaigne, Adorno, Celan, Derrida et Cixous. Ses pièces théâtrales ont été représentées à la Triennale de Milan et au Centre Pompidou de Paris.

Pour citer cet article

Angelo Vannini, Silvia Contarini et Davide Luglio (dir.), L’Italian Theoryexiste-t-elle?, Sesto San Giovanni, Éditions Mimésis, 2015, © 2012 Quaderna, mis en ligne le 31 octobre 2018, url permanente : https://quaderna.org/silvia-contarini-et-davide-luglio-dir-litalian-theoryexiste-t-elle-sesto-san-giovanni-editions-mimesis-2015/

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